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Notizie > Incontri > 16 Dicembre 2009

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“Trieste, una storia scritta sull’acqua”: al Museo del Mare si ricorda Fulvio Tomizza

di Claudio Bisiani

Fulvio Tomizza

Trieste (TS) - Un escursionista solitario a spasso per il mondo, ma con Trieste e la sua Istria scolpite nel cuore. Fulvio Tomizza, oltre che un apprezzato romanziere, era anche un giornalista ironico e un viaggiatore curioso che ha descritto luoghi e popoli per il gusto di raccontare culture diverse e approfondire lo stretto rapporto fra uomo e ambiente. Sempre in punta di piedi, con grande discrezione, calandosi in prima persona nella realtà quotidiana della gente, abbattendo così stereotipi ed etichette preconfezionate.

A dieci anni dalla sua scomparsa, lo scrittore istriano è stato ricordato al Museo del Mare nel secondo appuntamento della rassegna “Trieste, una storia scritta sull’acqua”, promosso dall’associazione Marevivo, dall’Assessorato comunale alla Cultura e grazie al contributo di Samer & Co. Shipping. Nel corso dell’incontro è stato ripresentato il volume postumo “Adriatico e altre rotte. Viaggi e reportage”, curato da Marta Moretto, pubblicato nel 2007 dalle Edizioni Diabasis.

L’amore di Tomizza per Trieste, l’Istria e il mare - simbolo quest’ultimo non solo di viaggio e conoscenza, ma anche di vacanza, di buona cucina e di incontri conviviali - è stato messo in luce da Marino Vocci, delegato di Marevivo. «Il rapporto di Tomizza con il mare - ha ricordato in particolare Vocci - è stato spesso timido, scontroso, quasi occasionale, ma tuttavia sempre presente. Il mare per lui era soprattutto uno strumento utilitaristico, un orizzonte che stimolava l’esplorazione e spingeva alla scoperta».
Come ha spiegato anche Elvio Guagnini, docente dell’Università degli Studi di Trieste, Tomizza era infatti un «uomo di campagna», come era solito definirsi essendo nato nell’Istria interna, che aveva adottato Trieste come luogo mito: la città in senso assoluto, in quanto di frontiera, e per questo laboratorio interetnico e crogiolo di culture diverse.

Il clima mutevole e le molte anime della tipica città di confine rappresentavano una metafora di varietà in cui «il mare azzurro e gagliardo» diventava, come per l’amico Biagio Marin, un corridoio di passaggio fra le due sponde dell’Adriatico. Nei suoi reportage Fulvio Tomizza rivela il dna del viaggiatore, per professione e per vocazione: «Amava conoscere nuovi posti e nuova gente – ha detto Guagnini – perché il viaggio era per lui un arricchimento culturale e umano che andava vissuto in modo disincantato e senza pregiudizi».

Il volume curato da Marta Moretto, che presenta in ordine cronologico gli articoli di Tomizza pubblicati sui giornali dal 1962 al 1994, coglie anche le tappe evolutive del suo stile. «Il viaggio tomizziano – ha spiegato la curatrice – ha un andamento circolare che caratterizza la sua metodologia di lavoro. Si parte infatti da Trieste e dal Mediterraneo per allontanarsi poi verso l’Africa, il Sud America, il Medio Oriente e l’Est europeo, fino a tornare di nuovo nel Mediterraneo». Un viaggio volutamente solitario, senza guide e senza filtri, che porta Tomizza ad evolversi con la gente e i luoghi che incontra. A volte «viaggiando solo con la pura immaginazione - ha aggiunto Marta Moretto -, ma sempre decostruendo e ribaltando gli stereotipi al fine di cogliere la relazione più vera dell’uomo con la sua terra».

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