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Notizie > Incontri > 28 Aprile 2009

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“Riformiamo l’Unione Europea con le regole che ci sono”

di Paolo Radivo

UE per tappe fino al 2007

Trieste (TS) - Si è tenuto nel pomeriggio di lunedì 27 aprile, alla Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali in via Trento 8 a Trieste, il terzo incontro organizzato dal Circolo della Cultura e delle Arti su “Federalismo negli Stati nazionali e federalismo europeo”, a cura del dott. Tito Favaretto.
A tenere la conferenza è stato il prof. Antonio Padoa Schioppa. Fratello dell’economista ed ex ministro Tomaso, Antonio Padoa Schioppa è nato a Vienna nel 1937. Laureatosi in giurisprudenza nel 1961, ha insegnato inizialmente all’Università di Pavia. Dal 1979 è professore ordinario di Storia del diritto italiano all’Università di Milano, dove fra il 1982 e il 1999 è stato anche preside della Facoltà di Giurisprudenza. È presidente dell’Accademia di Scienze e Lettere, della fondazione Biblioteca Europea di Informazione e Cultura e del Centro Studi sul Federalismo” di Torino. Inoltre è consulente dell’Istituto di Storia del Diritto Europeo “Max Planck” di Francoforte sul Meno e fa parte del consiglio direttivo del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo.
Fra i suoi ultimi libri ricordiamo il ponderoso “Storia del diritto in Europa. Dal Medioevo all’età contemporanea”, edito nel 2008 dal Mulino.

A Trieste Antonio Padoa Schioppa ha affrontato il tema: “La crisi attuale e il dibattito sull’Unione Europea”. Partendo dalla situazione italiana, ha ricordato come un primo progetto di federalismo fiscale fosse stato concepito dal governo Prodi, che però non fece in tempo ad approvarlo per la fine anticipata della legislatura. Il governo Berlusconi ha ripreso in parte tale progetto, integrandolo con delle novità. «Ma questo federalismo fiscale – ha commentato Padoa Schioppa – non lo vedremo né tra un mese né tra un anno».
Il docente ha detto di condividere l’analisi fatta da suo fratello nel recente libro “La veduta corta” (edito anch’esso dal Mulino), secondo cui la causa profonda dell’attuale crisi economico-finanziaria, scoppiata negli USA e poi diffusasi in tutto il mondo, starebbe in una visione dell’economia e della vita che guarda solo all’immediato. Le imprese mirano al miglioramento continuo dell’utile anche a costo di non risparmiare in vista di futuri investimenti o necessità. Preferiscono indebitarsi per procurarsi ciò di cui hanno bisogno subito. Questa visione di corto periodo, con il conseguente massiccio indebitamento, avrebbe portato ai problemi di oggi.
«L’Europa e in particolare l’Italia – ha affermato Antonio Padoa Schioppa – sono in una situazione migliore degli USA. L’Italia infatti è virtuosa sul piano privato, sebbene sia peccatrice sul piano pubblico. L’indebitamento pubblico ha raggiunto il 104% del Prodotto Interno Lordo, e così ogni anno lo Stato paga 70 miliardi di interessi su tale debito. Ciò significa che ogni italiano porta sulla sua testa 1.200 euro di debito collettivo: un peso enorme che non ci consente di essere concorrenziali. È come partecipare a una corsa con un’anfora in testa».

«L’idea di Europa e la prospettiva di unificazione – ha sottolineato – erano in affanno già prima di questa crisi. Da anni l’euroscetticismo è salito. Il referendum francese e poi quello olandese hanno bloccato il trattato costituzionale, mentre quello di Lisbona non è stato ratificato da tutti e dunque non è entrato in vigore. L’Irlanda ha votato no e nella Repubblica Ceca vi sono delle difficoltà. C’è un clima di sfiducia crescente, che potrebbe riversarsi anche nella scarsa partecipazione alle prossime elezioni europee».
«La costruzione europea – ha evidenziato Padoa Schioppa – è un evento di straordinaria positività. Infatti da oltre sessant’anni gli europei non si fanno più guerre: non era mai accaduto prima. Il livello di vita materiale ha avuto un’impennata straordinaria per il mercato comune e solo in Italia il reddito reale al netto dell’inflazione è quintuplicato. Quello europeo è diventato un modello per altri paesi e continenti. Non è un caso che vi sia la ressa per entrare nell’Unione Europea! È stata proprio l’Europa, benché imperfetta e litigiosa, a favorire l’affermazione della democrazia in Grecia, in Spagna e nell’Europa orientale. Senza l’Euro con questa crisi il valore delle monete nazionali sarebbe crollato. Gli “euroscettici”, ovvero gli anti-europei contrari a un’aggregazione politica che superi gli stati nazionali, sono il 15-20% degli elettori più o meno in tutti i paesi. Ci sono poi gli “entusiasti”, secondo i quali l’Unione Europea è già un esempio mirabile di una nuova forma di cooperazione tra stati e non deve fare ulteriori passi avanti. Dal momento che non potrà mai diventare uno stato unico, è bene che resti un’ambigua confederazione. Fra i sostenitori di questa tesi troviamo intellettuali come Rifkin, Leonard, Cooper e Morawski. Vi è infine una terza posizione, più critica, ma favorevole ad ulteriori passi avanti nel processo».

«Rispetto alla crisi – si è chiesto il professore – cosa può, cosa deve e cosa non deve fare l’Europa? Anche a livello europeo si moltiplicano incontri, vertici di ministri e capi di stato e di governo. Ma servono solo a coordinare le politiche dei singoli paesi o a prendere decisioni comuni? La consultazione permanente non è un rimedio alla crisi. Occorrono invece decisioni comuni, che non siano la sommatoria delle iniziative nazionali, più o meno aggiustate le une con le altre. Queste decisioni possono già essere prese in alcuni settori di competenza comunitaria, come l’economia, la concorrenza, il commercio o la moneta. Nella Banca Centrale Europea siedono i rappresentanti delle banche nazionali dei 15 stati aderenti all’Euro. Sul tasso di sconto ad esempio si decide a maggioranza: è un sistema che funziona sempre. Il principio di “codecisione” prevede poi che su diverse materie la proposta della Commissione venga votata sia dal Consiglio dei Ministri a maggioranza qualificata sia del Parlamento Europeo, l’unico organo che rappresenti tutti i cittadini europei».

«Vi sono però – ha evidenziato Padoa Schioppa – dalle 40 alle 60 materie tra le più importanti nelle quali il meccanismo decisionale è inceppato perché il Consiglio dei Ministri deve votare all’unanimità: un solo dissenziente paralizza tutti gli altri. E su materie come la politica fiscale, il bilancio, la politica estera e di sicurezza o l’ambiente l’Europarlamento può dare al massimo dei pareri. È questo un “errore di grammatica politica”. L’unico modo per decidere quando non si è d’accordo è contarsi. Non che la maggioranza abbia sempre ragione in assoluto, ma il potere di veto di un singolo paese membro non è accettabile. Malta o Cipro possono bloccare da sole 500 milioni di persone: non è logico, ma è così. È necessaria una modifica delle regole. I parlamenti sono nati proprio per controllare le imposte, ma l’Europarlamento non può stabilire un’imposta europea, che invece sarebbe utile per esempio in campo ambientale e soprattutto in quello delle energie pulite e dell’inquinamento, dove le politiche nazionali non sono adeguate. Il principio di sussidiarietà prevede che le decisioni siano prese al livello più basso possibile, ma quando questo livello non è soddisfacente bisogna salire di un grado. Su questi temi non si possono prendere misure isolate, ma si deve agire di comune accordo. Le riforme sono necessarie affinché l’Unione Europea raggiunga lo scopo per cui è nata».

Secondo Padoa Schioppa, senza modificare i trattati, cosa estremamente difficile perché occorre l’unanimità, basterebbe applicarli, attuare cioè misure già consentite. «Si potrebbe – ha proposto – affrontare la crisi con le regole esistenti. Dal momento che la Gran Bretagna si è sempre opposta all’unificazione del continente, Francia e Germania, i due paesi fondatori, hanno escogitato tempo fa la soluzione dell’“opting out”. Ovvero: “Non ci state? Non vi obblighiamo, ma noi lo facciamo”. Questa regola è stata applicata per Schengen e poi per l’Euro, a cui infatti non hanno aderito tutti i paesi membri dell’UE. Tale meccanismo potrebbe funzionare anche per altri obiettivi. Manca tuttavia la volontà politica da parte dei paesi fondamentali. La crisi è una potente levatrice di salti in avanti o indietro, ma oggi stiamo andando piuttosto indietro. Il semplice coordinamento conduce al rischio di protezionismo, anche se tutti proclamano di non volerlo. Un paese fondamentale come la Germania negli ultimi mesi ha mostrato segni di timidezza: ogni volta che sono state proposte operazioni a livello europeo, ha detto no. E questo è molto preoccupante, perché la Germania è la più forte economia del continente. Lo dice anche qualche osservatore tedesco: così si rischia di infrangere il sogno europeo. C’è da preoccuparsi».
«Manca nei singoli paesi – ha detto il professore – una leadership cosciente del fatto che l’interesse nazionale è fare l’Europa. Tuttavia c’è una pressione dal basso, perché l’opinione pubblica è ancora favorevole all’integrazione. Secondo i sondaggi, il 60-70% vorrebbe una difesa europea. Ma chi ha un potere, vero o presunto che sia, non lo cede se non spinto dal bisogno, da una crisi o dalla paura. Se Stalin fosse vissuto ancora due anni, forse si sarebbe fatto l’esercito europeo: non costerebbe un centesimo di più e potrebbe fare economie di scala. Il Parlamento Europeo potrebbe fare di più: infatti ha dei poteri che spesso non usa. Per esempio, senza il suo voto, non si approva il bilancio comunitario, che è appena l’1% del PIL europeo, mentre il bilancio federale degli USA rappresenta il 25% del PIL. Per questo è importante alle prossime elezioni di giugno scegliere candidati che ci rappresentino davvero a Strasburgo e a Bruxelles».

Rispondendo ad alcune domande del pubblico, Antonio Padoa Schioppa ha sostenuto che l’Unione Europea dovrebbe intervenire anche nel campo dei flussi migratori. Quanto al federalismo fiscale in Italia, ha sostenuto che è giusto vi siano imposte specifiche per ogni livello di governo. Negli USA ad esempio vi sono regimi fiscali diversi da Stato a Stato. «Il quadro normativo però – ha affermato – è bene resti unico a livello nazionale, con dei paletti».
Il professore ha rammentato poi che la carta dei diritti, prima inserita nella Costituzione europea, è richiamata in uno dei protocolli del Trattato di Lisbona, il quale attende ancora di entrare in vigore. Resta nel frattempo il principio, sancito dalla giurisprudenza, della preminenza del diritto comunitario su quello statale.

Padoa Schioppa ha lamentato la mancanza nei partiti italiani di idee chiare sul futuro dell’Europa. «Del resto – ha osservato – l’assenza di una legislazione comune sulle elezioni europee le rende una sommatoria di elezioni nazionali. Ogni classe politica nazionale le usa Unione Europeacome un sondaggio, allo stesso modo delle elezioni regionali o amministrative. Questa è un’anomalia, una deformazione in senso nazionale. L’opinione pubblica rischia di percepire quelle di giugno come elezioni inutili, mentre in realtà il Parlamento Europeo ha comunque un potere considerevole. Dunque le elezioni europee sono più importanti di quanto si dica».

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