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Notizie > Politica > 03 Maggio 2017

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Primarie Pd 2017: vince Renzi, ma adesso il nodo resta la legge elettorale

di Claudio Bisiani

Matteo Renzi

Roma (--) - Nessuna sorpresa. Nessuno shock. Nessun ribaltone. Come avrebbe cantato Riccardo Cocciante: “Era già tutto previsto”. Il voto uscito dai gazebo delle primarie del Pd di domenica 30 aprile ha confermato quello che tutti, analisti e sondaggisti, avevano ampiamente anticipato. Matteo Renzi ha vinto, anzi ha stravinto, con un risultato superiore al 70%, seppellendo di consensi gli altri due malcapitati competitor alla segreteria del Pd: Andrea Orlando, che ha superato di poco il 20%, e Michele Emiliano, fermatosi al 10%.

«Il renzismo è più vivo che mai» è stato il commento più gettonato fra i giornalisti in sala stampa al Nazareno, sede nazionale del Pd a Roma. Ma forse il renzismo non era mai morto, non se n'era mai andato, tanto meno con l'attuale governo Gentiloni che viene visto da molti come un mal dissimulato avatar di quello del Matteo fiorentino.
O forse, grazie a quest'ultimo voto plebiscitario, si è aperta invece una nuova pagina che alcuni analisti politici hanno già intitolato “Renzi 2.0”. Un nuovo renzismo, quindi, meno “giglio magico”, meno settario, e più orientato a coinvolgere nel gruppo dirigente anche elementi non “tipicamente toscani”, rappresentativi di altre condizioni, idealità e realtà del nostro Paese. Un nuovo renzismo, più umile, più aperto all'ascolto delle diverse anime della variegata comunità Pd, più vicino alla gente e alle periferie, e che soprattutto eviti il rischio della deriva personalistica dell'“uomo solo al comando” che ha caratterizzato la sua prima esperienza di governo e di segretario politico.

Al di là della notevole affluenza alle urne, che deve comunque registrare il calo di quasi un milione di votanti rispetto al 2013, è però un altro il dato che più colpisce e perfino sconcerta di queste primarie Pd.
Se infatti da un lato è comprensibile che in una società ormai liquida pure l'elettorato e la politica stessa (ahimé!) diventino fatalmente liquidi, dall'altro è invece curioso e significativo che il popolo di centrosinistra abbia premiato un capo carismatico più che un segretario di partito. Un leader che ha forzatamente personalizzato la politica, stravolgendo così il senso, la tradizione e la cultura di una comunità nata invece come sintesi, laboratorio e intreccio di molte anime, diverse identità e distinte provenienze. Un leader con una visione di “comando” monocolore più che di “direzione” di un partito multicolore. E soprattutto che ha fatto e ha ribadito farà di nuovo se necessario – senza eccessivi scrupoli e senza troppi mali di pancia – accordi di governo con i gruppi di centrodestra (Nuovo Centrodestra di Alfano, Ala di Verdini o Forza Italia di Berlusconi...) piuttosto che con gli altri partiti di sinistra, alcuni definiti perfino «traditori», come il neonato Articolo 1-MDP.

Fermo restando che sarebbero politologicamente da ridefinire le categorie di destra, centro e sinistra, ripartendo in primis dal celebre saggio di Norberto Bobbio, il rischio concreto è che il Pd, da alcuni ribattezzato PdR (Partito di Renzi), si trasformi definitivamente in una realtà “moderata” fortemente appiattita sulla leadership renziana, collocabile come l'ex Dc al centro dello scacchiere politico. Una sorta di nuova “balena bianca” equidistante sia dalla destra che dalla sinistra, ma pronta ad alleanze con chiunque. Tutto lecito, sia chiaro, tanto più nella “liquidità” politica dei nostri giorni. E pure strategicamente condivisibile nell'ottica di un orizzonte neoconsociativo dei moderati di destra e di sinistra che punti, in prima battuta, a isolare le fazioni più pericolose e antisistema come il Movimento 5 Stelle di Grillo o la Lega di Salvini. Schieramenti, questi ultimi, di grande “appeal” sull'elettorato contemporaneo, che pescano a mani piene nel malcontento, nella rabbia, nella paura e nella protesta estrema, anche – ma non solo – populista e antipartitica.

In questo panorama frastagliato, imprevedibile e rissoso della politica nostrana, sembra alquanto difficile anticipare un possibile scenario futuro, che comunque dovrà passare necessariamente nelle prossime settimane dal nodo complesso e dirimente della nuova legge elettorale. Legge che dovrà armonizzare i sistemi d'elezione delle due Camere e garantire stabilità alla maggioranza di governo. E se poi verrà confermato che oltre il 60% dei parlamentari seduti oggi in Parlamento è orientato verso un sistema proporzionale puro, allora la possibilità di nuovi patti “della crostatPrimarie Pd 2017a” o “del Nazareno” sarebbe più che concreta. Almeno che i grillini non sfondino con un clamoroso consenso alle urne o che un'altra stella – quella fortunata e carismatica di Matteo Renzi – non riesca a riportare in pompa magna l'ex premier toscano a Palazzo Chigi. Magari con l'appoggio dissimulato e sottotraccia dell'ex cavaliere di Arcore.

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