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Cultura > Musica > 21 Luglio 2016

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Trieste Estate 2016: concerto della Cappella Tergestina al Museo Sartorio

Foto Ufficio Stampa Comune di Trieste

Trieste (TS) - Venerdì 22 luglio, nel Giardino del Civico Museo Sartorio, con inizio alle ore 21, il M° Marco Podda dirigerà il coro e i solisti della Cappella Tergestina (Emmanuela Pantano, alto e Ales Petaros, tenore) nel concerto “Singing Soul – Gospel, Spiritual & other songs”. L’ensemble vocale sarà accompagnato da Tiziano Bole alla chitarra acustica, Saverio Gaglianese al basso e Lorenzo Fonda alle percussioni; nel corso dello spettacolo verranno letti dall’attrice Giulia Diomede alcuni testi e poesie di autori afroamericani.

L’evento è parte del ricco cartellone di Trieste Estate 2016, la rassegna promossa dal Comune di Trieste.

Si tratta di un repertorio che la Cappella Tergestina esegue da moltissimo tempo; alcuni dei brani che verranno proposti nel corso del concerto sono entrati a far parte del CD “Per Solo Coro LIVE”, realizzato dieci anni fa e continuano ad essere parte integrante della gran varietà di generi praticati da questo coro, fondato da Marco Podda nel 1993 e da lui sempre diretto. Oltre alla musica appartenente al genere Spiritual e Gospel, verranno presentati brani provenienti da diversa tradizione, sempre anglosassone (irlandese e gallese).


La musica Spiritual e Gospel
Ogni individuo e ogni popolo che sia stato sradicato in modo più o meno traumatico dalla propria terra cerca, per non disgregarsi completamente, di mantenere anche nelle avversità più cupe qualcosa che lo tenga legato in qualsiasi modo alle proprie origini, nel tentativo di trovare, anche se in tempi molto lunghi, il giusto equilibrio fra assimilazione ed integrazione con le genti con le quali si trova a condividere l’esistenza. In ogni tempo uno dei modi più naturali per far fronte a ciò è stato il canto e le persone deportate dall’Africa fin dal 1619, costrette a perdere totalmente la propria dignità per essere considerate semplice merce da acquistare e da utilizzare come manodopera, senza concedere loro alcun diritto, trovarono in esso un modo per sentirsi in qualche modo legati fra loro in un paese ostile e per esprimere la comune sofferenza, cercando così di trovare la speranza per una vita migliore.

La conversione al cristianesimo che gli oppressori imposero, permise loro di entrare in contatto con la Bibbia e, soprattutto all’inizio, riconoscere nella storia del popolo ebraico un destino comune, consentendo di trovare, in particolare nelle vicende narrate in Esodo e nei versi dei Salmi, la consolazione necessaria per sopravvivere. Un po’ alla volta nacquero così i negro-spirituals che ben presto si suddivisero in diversi generi: i “Work Songs”, legati alla vita quotidiana, che consentivano di dare un ritmo comune alla loro opera, i “Chain Gang Songs”, creati da chi si trovava a dover realizzare strade o altre costruzioni e i “Quiet Songs”, in cui prevaleva l’espressione di sentimenti personali. Non mancarono i canti di “ribellione”, le cui parole erano in realtà veri e propri codici che favorissero la fuga di quanti non riuscivano più a sopravvivere in stato di schiavitù; in essi si faceva riferimento a treni, carri, fiumi, dando così indicazioni precise su come agire. L’emancipazione decretata nel 1865 non eliminò la segregazione, ma furono aperte le prime scuole per Afroamericani; per poter raccogliere fondi a sostegno di queste istituzioni, molti educatori organizzarono tournée, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, nelle quali gli studenti si esibivano cantando negro-spirituals, anche se non tutti erano concordi nel favorire la diffusione di qualcosa che ricordavano la passata condizione di schiavi.

Verso la fine dell’Ottocento, molti compositori arrangiarono gli antichi spirituals inserendovi influenze provenienti dalla musica classica europea e modificandone in qualche modo la struttura, pur mantenendo ritmo e melodia.

Ulteriore sviluppo si ebbe negli anni Venti del Novecento, complice il movimento artistico, poetico e musicale della “Black Renaissance”, che favorì lo sviluppo di un vero e proprio “spirito di razza” che, coscientemente e con orgoglio rivendicò un’appartenenza degna, distinta dai bianchi. Tutto ciò influenzò il modo di eseguire ed interpretare i brani, spingendo i cantanti a migliorare la propria tecnica e da esibizioni grossolane si passò a qualcosa di più sofisticato, considerando il negro-spiritual alla pari di qualsiasi altra musica, con armonizzazioni sempre più ricche e complesse.

In quel periodo nacque la musica Gospel, più centrata sul Nuovo Testamento che, nata per accompagnare i servizi religiosi, uscì ben presto dalle chiese per essere eseguita anche nei teatri e, a partire dal 1930, anche nei night club.

Questi canti, creati da schiavi poi affrancati, continuarono ad accompagnare la storia degli Afroamericani e negli anni ’50 e ’60 del Ventesimo Secolo divennero inni di protesta accompagnando la lunga marcia per l’affermazione dei diritti civili.

L’ultima grande tappa di questo ricchissimo genere, che nei decenni passati aveva saputo ispirare la musica soul e jazz, può essere considerata quella successiva al 1985, anno in cui venne celebrato il primo Martin Luther King’s Day, divenuta festa nazionale nel 1992: in questo modo l’appartenenza della comunità Afroamericana agli Stati Uniti d’America fu decretata a tutti gli effetti.

I negro-spirituals sono oggi considerati parte del patrimonio culturale americano, noto, amato ed eseguito in ogni parte del mondo, andando così oltre gli oppressivi confini nei quali era nato e dimostrando una volta di più come la musica, passando attraverso i secoli, possa unire, rendere consapevoli della propria appartenenza e delle proprie radici, dar senso all’esistenza e accompagnare un popolo di generazione in generazione attraverso un percorso che non può che portare a favorire la libertà interiore di ogni individuo nel mondo.


INFO/FONTE: Ufficio Stampa Comune di Trieste

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