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Notizie > Incontri > 26 Febbraio 2014

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Il poeta e scrittore Umberto Valentinis presenta ad Artegna il volume "Paîs cun figures"

Umberto Valentinis

Artegna (UD) - «Poesia come luogo deputato della -e per- la memoria, nella veste di una lingua a rischio, senza agganci -se non precari- con una realtà a specchio. Poesia della memoria e dell’assenza: della perdita. Paîs cun figures affianca prose e versi in friulano, rincalzati dall’italiano (…) Più ostico, scavato, gelosamente ispido il friulano; più piano e accessibile l’italiano ...». La postfazione di Rienzo Pellegrini accompagna i lettori alla scoperta di "Paîs cun figures", uno dei volumi più emblematici della carriera letteraria di Umberto Valentinis, poeta e scrittore arteniese molto caro alla critica regionale e nazionale così come all’audience friulana, benchè sia «figura appartata e forse ritrosa, come ritroso e appartato è il suo friulano: poeta in ombra (e dell’ombra)». Finalmente, a poche settimane dall’uscita del libro, edito dal Circolo Culturale Menocchio con il sostegno della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Umberto Valentinis incontra i suoi lettori e presenta pubblicamente Paîs cun figures grazie all’incontro organizzato venerdì 28 febbraio (ore 20.30, Sala Consiliare del Comune di Artegna) dall’Associazione culturale Grop Pignot in collaborazione con l'Amministrazione Comunale di Artegna.

L’autore sarà introdotto dal presidente del circolo Aldo Colonnello, voci narranti della serata saranno Daniela Zorzini, Franco Mattiussi e Annamaria De Monte. Sono previsti interventi musicali del Coro Panarie, una delle realtà più apprezzate e raffinate del panorama musicale friulano, diretto da oltre vent'anni dal maestro Paolo Paroni: alle voci del Coro il compito di fare da contrappunto intimo e prezioso alla narrazione.

«Più trattenuto, ellittico, cifrato è il modo della poesia - spiega ancora Rienzo Pellegrini - mentre la prosa porta alla luce il lato nascosto: il dritto e il rovescio. Ma a chiudere -senza formare un dittico almeno ideale con una prosa- è Cumiat: il sigillo è in versi. Il viaggio a ritroso nel cerchio dell’infanzia non rimuove le coordinate storiche ma le attutisce, le confina fuori scena. Il tempo della memoria, disposto allo stupore dell’avventura, è impermeabile alla dimensione del presente». L’ingresso all’incontro è libero.

Umberto Valentinis è nato a Artegna (Udine) nel 1938. Vive a Udine. Ha esordito nel 1967 con un gruppo di poesie pubblicate nell’antologia La Cjarande (La Nuova Base, Udine). È del 1968 la raccolta Salustri (S.F.F., Udine); del 1996 Scoltant a scûr (Campanotto, Udine); del 2000 Suazes (Quaderni del Menocchio, collana “Il gallo forcello”) e Di mîl, di ombre (Quaderni del Menocchio, collana “Le molte vite”), Montereale Valcellina; del 2003 la raccolta Disincjants (Biblioteca Civica di Pordenone); del 2007 Tal sunsûr dal timp voladi (Poesie sparse e inedite, 1962-1979), a cura dell’Associazione Culturale Grop Pignot di Artegna; del 2009 la raccolta Tiere di ombre (Circolo Culturale Menocchio, collana “La barca di Babele”, Montereale Valcellina) e infine del 2011 il Breviari pal Avent, tra vegle e sium (Quaderni del Menocchio, Montereale Valcellina). È presente nelle principali antologie della letteratura friulana e in alcune antologie della poesia dialettale italiana, tra cui quella curata da Franco Brevini (I Meridiani, Mondadori, 1999). La scrittura è analitica, attenta al dettaglio: come nella pittura nordica (e come nei presepi affollati dello stesso Valentinis). Non solo il paesaggio, con i suoi toponimi, ma anche gli interni sono inseguiti e incisi nei particolari di un filmato lento. La sintassi non è complessa: giustappone segmenti autonomi, fotogrammi che si succedono.

Come nella inquadratura descrittiva: «E son za tornâts dai cjamps i cjârs cjamâts di fen. La strade e jé vueide. Par un pôc al dure odôr di fen e buiace…». E, meglio ancora, nell’ottativo scandito dal punto fermo: «Cumò al varès di vignî Unviêr parsores des ries neres ch’o scrîf. Al vares di tacâ a faliscjâ. A slargjâsi une magle blancje parsore dal grîs. Insiordîsi i sunsûrs. Ogni robe taponade». La prosa non elude la maglia preziosa delle metafore: «Dai balcons svuarbats al faliscje…» (Dalle finestre vuote nevischia…), «il flât de gilugne si imbrucjive sù pai sfros…» (il respiro della brina si rapprendeva sugli steli…), «La piere si è sierade su la bocje dal scûr…» (La pietra è calata sulla bocca del buio…). E la lingua non respinge il termine desueto: cadastris ‘inventari’ («tai cadastris dal cûr…»), panprendi ‘merenda’, tresêf ‘presepio’, e ancora bivort, plagne, sucrit, a saldare nel lessico lo stigma della distanza, ma frequenza altissima ha la parola cjase/cjases (novanta items), a imprimere anche nella quantità il vettore cardine. La dialettica è sottile e non univoca, ma la memoria è pervasiva, come (nella sapienza del doppio registro) in questo brano che si assume a epitome: «Il timp stât al ingjave tal timp ch’al vanze une fuesse ch’e jé intun nît, scune, cuvîl. E à la forme dal to cuarp e de tô memorie. Là tu ti pois. Tu ti insumìis di te e di cui che si insumiave di te, pierdintsi e cjatantsi…» (Il passato scava nel tempo che resta una fossa, che è insieme nido, cuna, cov/o. Ha la forma del tuo corpo e della tua memoria. Là ti posi. Sogni di te e di chi ti sognava, ti perdi e ti ritrovi…). E, a integrare: «I voi e viodin nome / ce ch’al è stât e al torne simpri avuâl / tai dîs de ploe lisere / e de criure, tai dîs che il cîl si siere / o si serene», nella cornice dei fenomeni naturali, che per definizione si ripetono.

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